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Paese
a forte vocazione turistica, grazie anche ai suoi incantevoli panorami,
Anghiari vanta origini antiche e si presenta al visitatore con un suo
caratteristico aspetto medievale, posizionato su di una altura a dominio
della valli del Tevere e del Sovara. Le pittoresche case in pietra, i
vicoli, le scale, le suggestive piazzette, testimonianze di valori storici
tramandati attraverso i secoli. Di certo fu durante il Medio Evo che
Anghiari assunse la massima importanza soprattutto per l'evidente posizione
strategica: si trova nominato per la prima volta in una pergamena del 1048,
conservata nell’archivio di Città di Castello, anche se i primi
insediamenti furono in epoca romana. Dominio dei Signori di Galbino prima e
dei Camaldolesi poi, il paese vide uno dei momenti più importanti della sua
storia nella Battaglia di Anghiari che, il 29 giugno 1440, segnò la
vittoria delle truppe fiorentine, alleate con il papa sull’esercito
milanese. Con la formazione del
Granducato
di Toscana, la comunità di Anghiari espanse i suoi territori oltre il
Tevere. Dopo le vicende Napoleoniche e quelle della Restaurazione, Anghiari
ha vissuto attivamente gli anni del Risorgimento, fino al plebiscito del
1860 che sancì la sua adesione al Regno dei Savoia. Battaglia di Anghiari.
La fama di Anghiari deriva principalmente dal fatto di essere stata teatro
della Battaglia combattuta Mercoledì 29 Giugno dell’anno 1440 tra i
Fiorentini, vincitori, guidati da Michelotto Attendolo e Giampaolo
Orsini ed i Milanesi, condotti da Niccolò Piccinino. La battaglia
viene così ironicamente ricordata dal Machiavelli: “Ed in tanta rotta e
in si lunga zuffa che durò
dalle venti alle ventiquattro ore, non vi morì che un uomo, il quale non di
ferite ne d’altro virtuoso colpo, ma caduto da cavallo e calpesto spirò”.
Ma,
ricorda Piero Bargellini che se il bilancio guerresco risultava così
modesto, non altrettanto scarso fu il bilancio politico della Battaglia d’Anghiari;
infatti, il Machiavelli sottolinea, questa volta con maggior senso
storico, che “…la vittoria fu molto più utile per la Toscana che dannosa
per il duca (di Milano), perché se i Fiorentini perdevano la giornata, la
Toscana era sua; e perdendo quello, non perdè altro che le armi e i cavalli
del suo esercito, i quali con non molti danari si possono ricuperare”. Peter
Paul Rubens, conservato al Museo del Louvre a Parigi La battaglia
sarebbe stata sicuramente dimenticata dalla storia se i Magistrati di
Firenze, per decorare le sale di Palazzo Vecchio con pitture che
ricordassero
le principali imprese della Repubblica, non avessero affidato a Leonardo
da Vinci, il compito di dipingerla. Una volta elaborati i cartoni, fu
tradotta in parete la parte mediana, cioè il combattimento intorno alla
bandiera. Danneggiato da un artificioso processo di essiccamento, il
dipinto, incompiuto, andò distrutto per far posto alle decorazioni del
Vasari. I celebri disegni di Leonardo che, come afferma il Cellini, furono
la “scuola del mondo”, sono andati perduti e ne rimane testimonianza
attraverso quelli del Rubens, oggi al Louvre di Parigi, ed un’opera,
datata intorno al 1470 ed attribuita al pittore Biagio di Antonio della
scuola di Paolo Uccello che si trova oggi alla National Gallery of Ireland
di Dublino. |